Tuesday, September 17, 2019

Vita di Melania Mazzucco




Ho letto con molto ritardo “Vita” di Melania Mazzucco sulla spinta del mio amore per i suoi due libri dedicati a Tintoretto (“La lunga attesa dell’Angelo” e “Jacopo Tintoretto e i suoi figli”). Queste righe possono essere utili a chi vuole seguire le mie tracce (il libro, Rizzoli Bur, è anche su Kindle). In una parola “Vita” di Melania Mazzucco onora il Romanzo. 


Da una parte il libro è un romanzo classico. Tratta di due bambini che emigrano insieme da Tufo vicino Minturno per l’America all’inizio del Novecento. L’esistenza di Vita la bambina, e Diamante, il bambino  è ripercorsa “ad elastico”: ora l’una,  ora l’altra, ora insieme. Del genere romanzo vi sono le straordinarie descrizioni degli ambienti e della città di New York, la desolazione dell’America interna, la moltitudine dei personaggi, l’intreccio delle vicende, i colpi di scena. Anche del genere romanzo è l’accuratissima ricerca storica e d’archivio. Ma Melania Mazzucco contemporaneamente sfida i limiti del romanzo come se camminasse su una corda o ne cucisse al tessuto grande pezzi altri e nuovi. Inverte le sequenze temporali, cambia il focus dai protagonisti principali ai comprimari, ma soprattutto il libro diventa contemporaneamente una sorta di albero genealogico della sua stessa famiglia per cui la storia storica dell’emigrazione italiana in America si intreccia con la storia della propria famiglia e con quella personale. In questa sorta di tessitura omerica lei donna e autrice si tiene sempre completamente nascosta. Mai un personalismo, mai una autoreferenzialià. La lezione di modestia e riserbo di Melania Mazzucco, certamente tra i più rilevanti scrittori italiani di questi due decenni, appare rara e significativa. Insomma leggetelo”Vita” e se non vi piace datemene tutta intera la colpa.


Tuesday, August 06, 2019

Articolo Dedicato a Maria Lai n. 30 di “Left”




Saturday, July 27, 2019

Riflessione politica a partire dall’arte e da un piccolo fatto.


Ieri sera ho voluto percorrere la statale 113 - la settentrionale sicula che collega Messina a Palermo - riaperta finalmente dopo i lavori dell’Anas che hanno rafforzato il porticato copri massi poco prima del tunnel di Calavà. Ho scattato uno foto e l’ho postata circa alle 23 per condividere l’evento, ma perfidamente senza alcun commento. Anzi, aggiungendone uno che diceva “Come sempre: una immagine enigmatica divide il mondo in due.”



Ho ricevuto quattro like (pochissimi anche se l’ora era tarda) ed un commento “Calava’ ... la galleria?”, naturalmente esatto. Ora tutta la questione apparentemente cosi banale, non lo è affatto.

L’immagine “incomprensibile” alla stragrande maggioranza, ma molto importante solo per chi era in grado di decifrarla è alla base del lavoro delle avanguardie artistiche del Novecento. 
Le avanguardie artistiche infatti si pongono in maniera elitaria per propria natura! 

Usiamo il famoso orinatoio di Marcel Duchamp* come esempio.  Se viene pubblicata la famosa immagine chi osserva e sa, dirà “Ma è l’orinatoio Dada di Duchamp!” Ma se non lo sa (ed è la stragrande maggioranza) dirà: “È un cesso!” 



"Ma non è un cesso", si potrà ben sostenere sulla base della lettura di migliaia di pagine a stampa, ma non importa, per tutti gli altri rimane un cesso! 

A ben riflettere questo discorso si può estendere in politica.... Da una parte c’è chi urla “È un cesso, è un cesso toglietelo di mezzo, è un cesso”, mentre gli altri si sforzano di far capire tutto “il discorso” esponendosi ai frizzi, ai lazzi, agli insulti.

Ora il problema è che senza discorso siamo morti dentro e per capire il discorso.. i suoi stessi limiti, le sue ironie, il suo senso, il processo è lungo, complicato, costoso pieno di insidie e di trappole. Si chiama educazione, acculturazione, e soprattutto sviluppo di una capacità critica.

Andiamo avanti ed estremizziamo. Usiamo una parola, “strana”, per esempio “ctonio”**. Molti sanno che dietro una parola strana si nasconde un mondo: concetti, cose da sapere, idee. La stragrande maggioranza davanti ad una parola strana si comporta come con “il cesso”. E un cesso a che serve?, Perché non parli facile?. Un’altra parte, sa cosa vuol dire e conosce la regola dell’economia del linguaggio (per cui a volte dobbiamo usare formule matematiche condensate cioè parole difficili), ma vi è un gruppo prezioso, quello dei curiosi. Che non capiscono la parola strana, ma sono curiosi, cercano di capire. Sentono che dentro una parola di cui non si sa il senso, vi è un vero pozzo di scoperte e di tesori (che ben funziona per ctonio, giusto?)



Lavorare su questa contraddizione tra un significato facile ed uno difficile da scoprire è la tecnica usata da un grande genio del Novecento, René Magritte. Magritte capisce il limite elitario delle avanguardie artistiche e allora inventa un doppio livello. Da una parte fa un quadro realistico (che tutti capicono), per esempio di una pipa. Poi però vi scrive “Questa non è una pipa”. Determina cosi un corto circuito che dovrebbe spingere il curioso a cercar di capire. A vedere oltre.

Mi domando veramente in una fase in cui stravince nei sondaggi, la stragrande maggioranza per la quale “il cesso” è solo un cesso e che la parola “ ctonio“ è bollata come inutile, che cosa possiamo fare. Certo da una parte bisogna non distruggere sistematicamente le fonti di educazione. Questo è naturale, ma forse c’è uno spazio per un parlare di cose difficili con un linguaggio a volte piano e soprattutto stimolare sempre la curiosità. Penso a Don Milani, per esempio. Possiamo spingere la necessità della curiosità? Può essere un antidoto? 

Note



Friday, July 19, 2019

Esiti laboratorio IV prof. Saggio 2019

Il Laboratorio di progettazione ha lo scopo di coinvolgere gli studenti nella progettazione di un edificio di media complessità inserito in un vuoto urbano della città di Roma. La particolarità del Laboratorio consiste nel rapporto che si instaura tra il programma, l’area di progetto, i previsti occupanti e l’insieme di aspetti teorici e pratici della progettazione architettonica e urbana che vengono affrontati in questo corso. Il programma del progetto ricade nel grande ambito della Mixité. Propone di conseguenza una combinazione di attività diverse, organizzate a partire da una forte idea d’uso, una "driving force" che motiva il progetto e la sua necessità nella città di contemporanea nei termini generali e nell’area di progetto in particolare. Ogni studente sceglierà un’area specifica per il proprio progetto in un Vuoto urbano - “Urban Void” - localizzato nel settore orientale della capitale lungo le aree lungo il tratto urbano terminale della via Prenestina già pre-scelte dalla docenza. In questa area svilupperà il proprio programma in stretto rapporto con la docenza, ma anche con un promoter o cliente virtuale. Il Laboratorio di quest'anno è all'interno del grande progetto UnLost Territories che prende avvio dalla presenza del Maam (Museo dell'altro e dell'altrove) in una ex fabbrica occupata lungo la Via Prenestina e che inietta in un territorio periferico pieno di contraddizioni gli enzimi dell'arte come atto di riscatto civico.
Programma didattico, pubblicazioni, lezioni con video e altro materiale sono disponibili a questo Link

Qui sotto una selezione di alcuni progetti. Dal nome dello studente si accede al Link con il lavoro completo e a tutto il percorso di ricerca compiuto.

Breve Film You tube con tutti i progetti e i partecipanti




Giulia Bufalini













































Saturday, June 29, 2019

Sul Ponte Morandi e la sua demolizione

Questa è l’Italia.

1. Il 14 agosto 2018, 43 persone sono inghiottite nel baratro di un ponte crollato a Genova. La società responsabile, che con la fiduciaria Benetton e il suo vate fa bandiera di umanitarismo egualitario, si precipita a mettere le mani avanti legalmente senza una parola seria di compianto per gli innocenti così follemente scomparsi. I lavori di consolidamento sarebbero partiti dopo poche settimane.
2. Un ingegnere consulente di Autostrade e associato a Genova viene intervistato da tutti i media, compresi i maggiori quotidiani nazionali sulla tesi, spesso anche titolata: “Morandi ha sbagliato i calcoli “. La ribatto come posso.
3. Si forma una commissione ministeriale di cui detto ingegnere fa parte (!) che sbrigativamente sostiene il gravo danno delle pile. Nessuno prende in considerazione le tesi di più di un ingegnere autorevole italiano che sostiene con perizia tecnica che il ponte è assolutamente recuperabile. Anche la stampa sostanzialmente tace. Dopo poco detto ingegnere è inquisito e allontanato dalla commissione
4. Partono due petizioni affinché si valuti come previsto per legge una analisi costi benefici e che non si proceda all’abbattimento. L’Istituto nazionazle di architettura promuove un convegno e allega un libro sulle modalità di recupero. Lettere aperte e articoli di giornali cercano di controbattere il mantra “il ponte è marcio va abbattuto”.
5. Il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione fa presente l’alto rischio di infiltrazioni mafiose nelle redditizie pratiche di demolizione. Fatto che, nonostante le assicurazioni, è puntualmente avvenuto.
6. La sovrintendenza ai monumenti di Genova, che aveva facoltà di apporre un vincolo ad un capolavoro dell’ingegneria italiana unanimemente riconosciuto come tale, non lo appone. Così facendo legittima la demolizione.
7. Non vi è nessuna seria opposizione politica alla demolizione. Spiegabile visto che il sindaco, poi governatore, poi addirittura ministro delle infrastrutture in questi diversi ruoli per 25 anni non è riusciuto a far completare i lavori di rafforzamento a pila e stralli 9 e 10 fatti solo per la 11 nel 1992. Lo stesso politico era sindaco al blocco della bretella che avrebbe alleggerito i carichi di traffico esorbitanti cui era soggetto il viadotto e che ovviamente sono la principale causa del crollo.
8. Nessuno vuole neanche prendere in considerazione che si tratta di un viadotto (lungo circa 1 km e 100 metri) e neanche di "un ponte". Si decide di demolire il l'intero viadotto al di là di ogni plausibile logica ed economia pubblica. Bisogna far posto ad un progetto ideato da Renzo Piano, ad una settimana circa dal crollo, che nonostante l'insignificante valore estetico e ingegneristico si afferma in un successivo concorso anche se addirittura piú costoso di altre soluzioni. Questa è l'Italia

Saturday, June 15, 2019

Caravaggio Dal basso verso l'alto.


Ascolata la lectio Magistralis al Museo Macro del 14 giugno 2019 di Antonino Saggio. 1hr16M.
Accedi alla pagina con le immagini e i film



Friday, November 23, 2018

Zevi: Eresia necessaria

E' appena stato pubblicato il volume "Bruno Zevi e la sua Eresia Necessaria" l'editore è Dario Flaccovio l'anima dietro il libro è quella di Antonietta Iolanda Lima, che deve avere la riconoscenza dei lettori per avere promosso con tenacia una impresa così approfondita. A 18 anni dalla morte di Zevi, Antonietta Iolanda Lima ha prima organizzato un convegno in Sicilia con tappe a Palermo e a Catania e poi è riuscita nella impresa di pubblicare un volume cosi denso e articolato. Più di duecento pagine di importanti testi di venti autori qualificati ed appassionati: non potendoli citare tutti non ne cito nessuno anche se ricordare che tra gli autori vi è il compianto Aldo Loris Rossi, scomparso in questi mesi mi sembra doveroso.

Conto di poter scrivere in maniera precisa di questo volume per la comunità scientifica, ma darne notizia subito è necessario perché il lettore appassionato e lo studioso che vuole essere aggiornato vi troverà molti elementi di originalità e di approfondimento sulla figura di Bruno Zevi, cosi rilevante per la nostra architettura e per la nostra cultura.


Thursday, September 13, 2018

Mostra al Maxxi su Bruno Zevi

In questo articolo ho avuto grazie all'Industria delle costruzioni n. 462 Luglio-Agosto la possibilità di esprimere con più compiutezza il mio parere sulla Mostra ancora aperta sino al 23 settembre al Maxxi di Roma sino "Gli architetti di Zevi". 
Sono molto lieto di dare ai visitatori la notizia che il grande plastico dello SDO rimosso a giugno causa pioggia è stato rimesso in esposizione.



Appagante, ma non dissonante, Gli Architetti  di Zevi al MAXXI di Roma

“No all'architettura della repressione, classicista barocca dialettale. Si all'architettura della libertà, rischiosa  antidolatrica creativa”. Questo epitaffio si trova come se niente fosse per il lancio della mostra “Gli architetti di Zevi”, che è quanto di meno zeviano si possa immaginare. 

Nella frase che avevo a suo tempo estrapolato da Controstoria e storia dell’architettura è condensato il programma di Zevi: un programma fortemente critico e contestativo. Perché per Zevi la negazione era atto fondativo: bisognava sapere prima cosa “non” volere, e solo dopo cosa costruire. Bisognava essere prima “Anti” e solo poi a favore. Questo principio valeva tanto in politica che in Architettura e soprattutto nell’Arte: tutti i grandi innovatori distruggono la visione precedente per crearne una nuova. Zevi si è battuto strenuamente per i suoi NO (al fascismo, alla legge truffa, all’accademia). La mostra del MAXXI invece elimina i contrasti, cauterizza le negazioni: non c’è traccia dei suoi No ad Aldo Rossi, dei suoi No alla Tendenza, allo storicismo post moderno di Bofill o Stern o Portoghesi, a quella che chiama architettura della repressione. 





Zevi aveva dato prova di cosa può essere una mostra critica e dissonante. Chiamato a 500 anni dalla morte, aveva impostato una mostra su Michelangelo architetto con una combinazione costante tra arte, architettura e interpretazione critica. Accanto a lui Paolo Portoghesi, espunto dalla mostra al MAXXI, con una censura inaccettabile se l’impostazione della mostra pretende di essere di taglio storico, come il catalogo sussiegosamente si presenta. Un catalogo con molti contributi di storici di professione che sono tenuti dai curatori ben alla larga dai veri nodi che la biografia di Zevi presenta: l’addio all’Università, le relazioni con i partiti politici, l’esperienza dell’InArch, le relazioni con gli altri storici il citato Portoghesi e Manfredo Tafuri per menzionare i principali. 


Se nel catalogo i nodi non sono affrontati, nella mostra al MAXXI non vi è traccia dell’arte come elemento addensante e orientativo del lavoro di Zevi. E la scelta colpisce se si pensa che all’ultimo convegno organizzato da Zevi a Modena del 1997 fu lanciato a partire da una immagine di Burri che non era affatto illustrazione, ma Progetto del convegno che metteva al centro la Paesaggistica come nuova dimensione dell’architettura! Dentro al MAXXI cioè dentro un Museo di Arte e architettura contemporanea, l’installazione della mostra rappresenta un esercizio non certo un’opera. Pensiamo a cosa avrebbe potuto fare la stessa Hadid (perché non affidare allo studio l’installazione?), o Gehry o Eisenman o Mayne oppure in Italia per esempio Piero Sartogo. Ma per MAXXI, se inquadrato storicamente Sartogo va bene (c’è stata una sua mostra tra arte e architettura nel 2014), se invece innesta capacità critica, capacità di fare e progettare, allora niente. Sempre una linea di galleggiamento, sempre puntare alla sufficienza e mai al rischio dell’eccellenza.  
D'altronde per questa mostra non si poteva veramente avere niente di diverso, dato che la scelta della Fondazione Zevi è stata creare un comitato promotore del centenario composto tutto da personalità estranee, anzi veramente molto lontane da Zevi. Cosi nelle mani di due critici estranei agli aspetti propulsivi, se non dichiaratamente avversi al pensiero zeviano, la mostra si caratterizza  con un freno tirato imbarazzante in tutti i suoi aspetti chiave. Innanzitutto cerca di spostare più indietro possibile nel tempo la attività di Zevi fermandosi ai primi anni Settanta. Poi recide il legame internazionale di Zevi. Per Zevi, Pellegrin o Perugini o Passarelli sono il frutto della “sua” apertura impetuosa verso un orizzonte internazionale dell’architettura italiana, della sua pervicace insistenza sul ruolo di Mendelsohn, di Wright, di Rietveld e più di recente di Gehry e contemporaneamente dei suoi NO a Piacentini, a Muzio a Del Debbio che ancora risuonano altissimi in chi li ha vissuti.




Emblematico di questo portare più indietro possibile nel tempo la sua azione, non solo il fatto che quasi non appaiano in mostra architetti dopo il 1970 ridotti a pochi sparuti casi, ma il ruolo stesso della collana di libri Universale di architettura (1) di cui si espone solo il cofanetto dei primi volumi 1977-1984, dimenticando completamente che con Zevi vivente la collana aveva ripreso le pubblicazioni nel 1996 e segnato una fase importante della sua riacquistata centralità nella fase finale della sua vita. Zevi diceva continuamente dopo l’orrido post moderno abbiamo vinto, ed era entusiasta della ripresa dell’architettura a partire dalla mostra del decostruttivismo e della sua riacquistata centralità con la Collana Universale di Architettura. Mi sembra giusto, visto che proprio della sezione “Gli Architetti” di Zevi chi scrive è stato il curatore dopo la sua morte, ricordare che tutto lo sforzo di questa collana era continuare a lavorare ad alcune fondamentali idee di Zevi (l’apertura internazionale, la valorizzazione delle esperienze più originali e forti anche se meno note, la ripresa sistematica di monografie di membri del Team X). Questa mostra è l’esatto contrario dello sforzo della collana. È chiudere Zevi in una teca, come era stato fatto dopo il suo addio all’Università visto che proprio nessuno lo coinvolse in alcun modo: ma di Zevi la didattica  l’università parleremo in un convegno in preparazione a Sapienza in autunno.




Ma è legittimo che il lettore di questa rivista si domandi su come è organizzata la mostra e soprattutto se essa valga una visita. La risposta è positiva: è una mostra non zeviana, quindi non dissonante, ma sicuramente appagante per il visitatore. I curatori scelgono 37 opere di cui i due terzi hanno più di mezzo secolo di età e sono firmate da una settantina di progettisti. Ciascuna opera è illustrata con disegni originali, alcuni di notevole bellezza e interesse e spesso con dei plastici pregevoli, anche se il più bello e il più grande di tutti, quello dell’Asse Attrezzato per Roma è stato [temporaneamente per fortuna] rimosso “causa pioggia”. Indimenticabili quello del Museo di San Lorenzo di Franco Albini, la casa sull’albero di Perugini, il Mausoleo delle Fosse Ardeatine, l’Ordine dei medici di Sartogo. Alle opere degli architetti si associano una serie di materiali che illustrano le attività editoriali, politiche, culturali, didattiche e i molteplici interventi televisivi di Zevi. L’accostamento di materiali sulla biografia di Zevi e le opere di architettura è riuscito e tiene costantemente interessato e incuriosito il visitatore in un allestimento che, come si diceva, fa il suo servizio accompagnando con garbo il visitatore.

Girare per la mostra, in definitiva, lascia il sapore a chi tanto ha studiato e tanto collaborato con il professore, di essere dentro un cimitero: un campo ben curato, ben disposto e santificato, appagante appunto come può essere il camminare per i Campi Elisi, ma Zevi invece è vivo almeno un poco dentro di noi.
Antonino Saggio



Gli architetti di Zevi. Storia e controstampa dell’architettura in Italia 1944-2000. Al MAXXI di Roma sino al 16 settembre, in collaborazione con la fondazione Bruno Zevi a cura di Jean L. Cohen e Pippo Ciorra

(1) La Universale di architettura, vale la pena ricordarlo  ebbe tre case editrici diverse. La prima fu l’Edizione Dedalo di Bari con 73 volumi prodotti dal 1978 al 1985, la seconda fu la Testo&Immagine di Torino dal 1996 al 2004 con 160 volumi complessivi (firmati in prima persona da Zevi quale direttore sino al n. 74 del 2000), la terza fu la casa editrice Marsilio di Venezia dal n.161 del 1985 al n.174 del 2010 con ulteriori 24 volumi. Dopo la scomparsa di Bruno Zevi il 9 gennaio del 2000 e per i 15 anni dal marzo del 2000 al giugno del 2010, si pubblicarono quindi 100 ulteriori volumi con la dizione “Universale di architettura collana fondata da Bruno Zevi”. Se si sommano le tre fasi arriviamo a 247 volumi totali, di cui 147 sotto la direzione di Zevi e cento che invece sono un contributo concreto ad uno sviluppo vero, ad una presenza vera di alcune dati fondamentali del suo apparto culturale. 



Qui l'articolo in versione pdf

Thursday, August 16, 2018

La tragedia di Genova e del viadotto Polcevera

Contro Deduzioni - ad una petizione


in progress


Scarica l'instant Book prodotto dall'InArch, segui la tavola rotonda al Macro, le relazioni dell'Ing Gabrile Camomilla e di Antonino Saggio alla facoltà di Ingegneria.

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Consiglio superiore dei lavori pubblici parere prof. Edoardo Cosenza Università di Napoli Federico II

IL PONTE DELLA MEMORIA

Qualunque sia lo stato di degrado della rimanente parte del Ponte Morandi di Genova, a mio parere il recupero si può fare. E se potessi decidere io: si deve fare.

Nulla in generale contro gli  abbattimenti e le ricostruzioni, anzi in Italia si usano pochissime volte ed è un male. Anche le strutture si possono ed a volte si devono rottamare.

Ma la struttura di Riccardo Morandi nella sua semplicità si presta a qualunque rinforzo. Ed a tornare a nuova vita.

Le pile (diciamo in generale gli elementi subverticali della struttura) sono degradate?  Si rimuove il calcestruzzo superficiale, si trattano le armature che credo siano solo esterne, si ripristina il tutto con malte ed a mio parere si rinforza pure significativamente con materiali fibrorinforzati, soprattutto per aumentare il confinamento. Più resistente e più durevole.

Problemi agli stralli rimanenti? Non credo perché sono stati cambiati di recente. Se ricordo male ed invece qualcuno non è stato ancora sostituito, lo si può fare tranquillamente.

Problemi nelle travate e nelle solette? Sono casi comuni, direi interventi standard. Le stesse vanno irrigidite per problemi dinamici? Anche questo non è complicato, specie con il ponte non in esercizio.

Il Ponte deve rimanere per ricordo della grande ingegneria e dei problemi dell'ingegneria, della manutenzione ecc. E in memoria delle povere vittime.

E anche per non sprecare altro denaro. Che certo deve andare per altre opere, non per far risparmiare il Concessionario.

Poi sulla parte da ricostruire, anche spazio alla fantasia ingegneristica, oppure che lo si  rifaccia uguale ma con tecniche modernissime. Per me su questo va bene qualunque idea.

Questo è il mio modesto pensiero. Abbattere solo per abbattere? Come simbolo politico?  Per me: no grazie.

A me piacerebbe che rimanesse come il Ponte della Memoria.


Sul 

Retrofitting
“Il concessionario ha dunque l’obbligo non solo alla messa in sicurezza, ma anche ad intervenire con urgenza massima senza limiti di spesa con tre protesi in acciaio, una sostitutiva e due ausiliare (steel retrofitting prior 1971 concrete bridge industry), che in poche settimane possano rimettere il esercizio in totale sicurezza l’arteria vitale per Genova e per il Paese. 
Dal 14 agosto il Concessionario è stato inadempiente ossessionato da preoccupazioni di costi nei budget della quotazione in borsa. La Autorità dell’Emergenza del disastro con il budget della multa di € 150 milioni facciano intervenire ANAS nell’organizzazione del risanamento ovvero del turn around prevedendo i seguenti assi con diverse squadre assegnate e diverse imprese in parallelo: 
  • asse consolidamento e messa in sicurezza di quanto a rischio, pilone 10 e pilone 11;
    - protesi sostitutiva in acciaio di quanto collassato, pilone 9,
    - protesi ausiliaria (steel retrofitting) ovvero protesi sostitutiva previa demolizione pilone 10 , - protesi ausiliaria pilone 11 (steel retrofitting).
    Nel dopoguerra quanti hanno continuato a vivere serenamente con la protesi. “
  • Istituto Internazionale per lo Sviluppo Sostenibile- WTC E.L. - Global Compact Milano, 22.08.2018 ore 18,45 

Sul collaudo e il sovraccarico
Video Repubblica

Corrosione o più verosimilmente Tiranti la causa del crollo.

Una commissione ministeriale insediata  di urgenza il giorno 15  agosto,  composta da esperti di cui più di un autorevole organo di stampa ha sollevato dubbi su possibili conflitti di interesse, ha decretato già il 22 agosto l’abbattimento dell’intera viadotto sul Polcevera. Dal punto di vista tecnico le dichiarazioni della commissione non appaiono convincenti. Infatti si parla quale motivazione dell’abbattimento dell’intero viadotto di  “corrosione” a livelli 4 su 5 dei pilone n. 10. 
Sostiene la commissione come riportato da Il secolo XIX del 22 agosto di aver riscontrato
per «la pila n.10, sopravvissuta al crollo, uno stato di degrado dei materiali di grado più elevato, 4 su una scala di cinque, rispetto a quello che era stato riscontrato nella pila n. 9 crollata, che risultava di livello 3».

Ne conseguirebbe secondo  una logica elementare  che se la causa fosse stata la corrosione  della  pila  sarebbe dovuta crollare  “prima”  la pila 10 e non la 9. In realtà come espresso da grande parte degli addetti ai lavori, la principale  ragione del crollo è da imputare  alla rottura di uno dei tiranti in cemento armato  che ha fatto crollare dissimetricamente l’impalcato del Ponte caduto a sua volta sulla pila. Il secondo  tirante rimasto in posizione per pochi attimi ha tirato al suolo  l‘antenna cui era collegato. 

Schema statico

Lo schema  statico previsto dal prof. Morandi   Aveva previsto una indipendenza tra le tre pile. Due su tre  infatti sono rimaste in piedi nonostante il crollo della pila 9. È paradossale che la commissione giustifichi con la “Corrosione”  la necessità dell’abbattimento e non citi, perché evidentemente non riscontrate,  le ripercussioni del crollo della pila sulle altre parti del viadotto .  
Ne consegue ancora di più che la più verosimile ragione, quasi unanimemente  accettata è la eccessiva sollecitazione e il deterioramento  dei tiranti (con possibili concause secondarie nei  gravosi lavori di manutenzione, nell’inteso traffico estivo e nel
Temporale al momento del crollo). 
D’altronde era stato  previsto il rafforzamento, degli stralli malauguratamente non realizzato in tempo.

Ulteriori ipotesi oltre alla necessita della valutazione costo- beneficio

Si suggerisce:
A . L’insediamento di una nuova commissione di acclarata autorità e elevata levatura internazionale di cui cui non facciano parte né membri del Ministero delle infrastrutture e trasporti, né suoi consulenti, né tanto meno Membri della concessionaria o suoi consulenti né che ne facciano parte membri che hanno espresso parere divisivi. 

B. Che venga valutata con attenzione l’intera situazione statica e che venga redatta  una valutazione “costi benefici” in particolare ponendo a confronto:
l’º l’abbattimento e ricostruzione con un nuovo progetto  rispetto con
IIº  il consolidamento  dell’esistente e la ricostruzione della parte crollata - retrofitting - dovuto ad una criminale mancanza di manutenzione e dal procrastinare del rafforzamento dei tiranti  come già previsto. 

C. Che siano  sottoposte alla collettività immagini dell’eventuale nuovo progetto al fine di consentire una valutazione pubblica oltre che tecnica. 

Citazioni 

da I”l Secolo XIX “22 agosto

“Gli ispettori del ministero:
«Pilone 10 più corroso di quello caduto»
L’esame della documentazione progettuale per gli interventi di manutenzione su Ponte Morandi evidenziano per «la pila n.10, sopravvissuta al crollo, uno stato di degrado dei materiali di grado più elevato, 4 su una scala di cinque, rispetto a quello che era stato riscontrato nella pila n.9 crollata, che risultava di livello 3». Si legge nella relazione che la Commissione ministeriale ispettiva ha inviato alla struttura commissariale.” Fonte




Ho pubblicato un articolo sulla tragedia del crollo del Viadotto sul Pontecevera a Genova sulla rivista "Left". Per chi volesse leggere l'articolo e seguire anche con i molti commenti ecco il link

Precedentemente avevo sviluppato una discussione sul tema

Ho successivvamente sviluppato un post "Giù le mani da Morandi"
che è stato ripreso da molti siti e giornali on line.

E un secondo in cui contesto una intervista al "Corriere della sera" titolata "«Era destino: è costruito su dei calcoli sbagliati»" Link

Sono intervenuto ricordando la presenza di lavori di manutenzione  tra le concause del crollo
L'Ansa mi ha intervistato. Ne sono scaturiti interventi i diversi quotidiani e siti. Cito solo quello di Huffington post

il 21 agosto ho scritto "Una tragedia tutta Italiana" sulla base di un quadro ampio di responsabilità
https://www.facebook.com/antonino.saggio/posts/10216790783863430?__tn__=K-R-R

Rai Radio Tre con Silvia Bencinelli ha scelto e letto tre articoli, uno del “Corriere della sera” sul momento dell‘ inaugurazione, uno intensissimo su “la Stampa” a proposito del dramma di questi giorni a i Genova, è quello su “Costruire” dedicato a Morandi che avevo scritto più di cinque lustri fa! Mi dispiace che questo avvenga in una circostanza così drammatica e triste per l’Italia e per noi tutti ! Ecco il link
L’articolo era stato pubblicato originariamente su: “Costruire”, Editrice Abitare Segesta, Milano. Direttore Leonardo Fiori. - Antonino Saggio, Riccardo Morandi. Cemento d'autore, in "Costruire", n. 102, novembre 1991, pp. 163-42.
Eccolo in pdf e qui sotto:





Tuesday, July 17, 2018

Esiti Laboratorio IV 2018 Prof. Saggio


Il Laboratorio di progettazione ha lo scopo di coinvolgere gli studenti nella progettazione di un edificio di media complessità inserito in un vuoto urbano della città di Roma. La particolarità del Laboratorio consiste nel rapporto che si instaura tra il programma, l’area di progetto, i previsti occupanti e l’insieme di aspetti teorici e pratici della progettazione architettonica e urbana che vengono affrontati in questo corso. Il programma del progetto ricade nel grande ambito della Mixité. Propone di conseguenza una combinazione di attività diverse organizzate a partire da una forte idea d’uso, una driving force che motiva il progetto e la sua necessità nella città di contemporanea nei termini generali e nell’area di progetto in particolare. Ogni studente sceglierà un’area specifica per il proprio progetto in un Vuoto urbano - “Urban Void” - localizzato nel settore orientale della capitale lungo le aree interessate lungo il tratto urbano terminale della via Prenestina già pre-scelte dalla docenza. In questa area svilupperà il proprio programma in stretto rapporto con la docenza, ma anche con un promoter o cliente virtuale. Il Laboratorio di quest'anno è all'interno del grande progetto UnLost Territories che prende avvio dalla presenza del Maam (museo dell'altro e dell'altrove) in una ex fabbrica occupata lungo la Via Prenestina e che inietta in un territorio periferico pieno di contraddizioni gli enzimi dell'arte come atto di riscatto civico
Programma didattico, pubblicazioni, lezioni con video e altro materiale sono disponibili a questo Link

Qui sotto una selezione di alcuni progetti. Dal nome dello studente si accede al Link con il lavoro completo e  a tutto il percorso di ricerca compiuto.

Vedi un breve Film You tube con tutti i progetti e i partecipanti